La storia paurosa degli italiani razzisti, egoisti, individualisti, e pure un poco idioti.

6 marzo 2018 § Lascia un commento

Un po’ ci risiamo: dopo ogni tornata elettorale in cui perde un qualcosa che si definisce di sinistra, c’è sempre qualcuno che non riesce a evitare la tentazione di ululare contro i propri connazionali, seguendo più o meno l’esempio nobile di Umberto Eco che si ricordava, dopo ogni vittoria berlusconiana, della sua vergogna di essere italiano e/o di voler emigrare a Parigi (da quel che mi ricordi, proposito mai messo in pratica, se non per qualche settimana). Un vezzo culturale italico di buon lignaggio, insomma.

Punto primo. Sì, gli italiani, in generale, sono abbastanza razzisti, di un razzismo più o meno solidale, del tipo che penso che i neri, o quelli evidentemente stranieri, siano anche brave persone e che debbano essere aiutati ma a cui ci si rivolge istintivamente utilizzando il tu. È un razzismo radicato, dovuto a storia e qualche influenza culturale chiara, di tipo strisciante, che vive sottotraccia, poco espresso e ancor meno concettualizzato, a cui non pensiamo e che non ci piace esternare perché siamo-solidali-e-il-razzismo-è-una-brutta-cosa-mentre-noi-siamo-brave-persone. Razzismo da perbenisti borghesi, insomma, avrebbero detto qualche decennio fa. Ci dispiace se muoiono in mare, ma meglio che non si vedano in giro. Ma gli italiani sono razzisti da parecchio, certo non da oggi. Che lo siamo diventati nell’ultima manciata di anni è risibile. Lo si esprime un poco di più, è avvenuta una certa sdoganatura, più occidentale che italiana in verità, ma non più di questo.

Punto secondo. Sì, molti hanno votato con la pancia. Ma, in generale, si è sempre votato con la pancia, in qualunque luogo e in qualunque elezione. Anche chi si informa, controlla, legge i programmi, chi cerca di essere razionale…. beh, alla fine fondamentalmente razionalizza, cioè si copre la pancia. Si vota per tante ragioni: per identificazione, per simpatia, per affinità, per caso, per ragioni frivole, per ideologia, per speranza, per interesse personale, e così via. La politologia serve a poco, però ci dice anche questa cosa qua, in modo abbastanza probante: si vota con la pancia. Ovviamente, non possiamo escludere che ci sia qualcuno che riesce, a votare razionalmente. Ma in termini generali, si votava di pancia per Renzi o per Berlusconi o per Prodi, si vota di pancia per Di Maio o Salvini. Dal che se ne deduce che il popolo è scemo, certo, anche quando vota come voglio io. Ma o si accetta il principio di giustizia per il quale chi subisce decisione deve essere coinvolto nel processo decisionale (principio da cui cresce la democrazia) oppure si cambi sistema. Semmai, la questione è più perché molti italiani abbiano votato partiti dalle proposte irrealizzabili o evidentemente assurde o irrispettose della capacità analitica degli elettori. Beh.. da un lato non è che gli italiani storicamente pretendano il rispetto dalla classe politica (un tempo qualcuno diceva che gli italiani sono un popolo puttana); dall’altro, a me sembra che la risposta sia legata a una questione precisa (vedi sotto), relativa più alla disperazione italica attuale che a quelle proposte politiche in sé.

Punto terzo. No, gli italiani che hanno votato M5S e Lega non sono degli idioti. O forse sì, ma dubito lo siano più, o molto più, dei tanti che hanno votato PD o altro (14% per Berlusconi, nel 2018?, giusto per un esempio). Al Sud sembra abbiano creduto alla storiella del reddito di cittadinanza, quelli della Lega magari hanno creduto alla storiella del ‘Prima gli Italiani’ o alla Flat-tax. Ma mi domando se le due proposte fondamentali non siano legate, non per quel che sono ma per quel che veicolano. Ecco quindi un po’ di sociologia spicciola: a me sembra più ragionevole sospettare, come molti fanno, che dopo aver vissuto la globalizzazione per qualcosa di più di un ventennio, senza un miglioramento percepibile nella direzione promessa, si vada alla ricerca di altro. Per disperazione. La globalizzazione si sa cosa produce ampliamento del benessere sì, in senso assoluto, ma aumento della disuguaglianza reale, cioè del benessere relativo, e soprattutto percepito. Mentre stiamo tutti meglio, una piccola percentuale sta ancora meglio. E lo vediamo, ogni giorno di tutti i giorni. Quella percentuale è famosa, quella percentuale è il modello, e lo è per meriti particolari? Mica tanto. O così appare. In altre parole, tutti noi riteniamo di meritare una vita da VIP mentre nella vita reale siamo precari, con vite comuni, facciamo fatica. Delle vite di merda. Anche a me sembra ingiusto. I nostri genitori non stavano meglio di noi, forse? In realtà non è vero, e se stavano meglio era perché si stavano mangiando noi, quindi l’esperienza non è proprio riproponibile. O forse sì? Io voglio stare bene, chissenefrega degli altri, e di chi non c’è. Perché quelli sì e io no? Perché un coglione diventa famoso e io no? Dal che ne dedurrei:

  1. Un sacco di persone ha votato per interesse personale (economico, soprattutto, cioè: voglio stare meglio). Viva Sansone e al diavolo tutti gli altri. Il che è, paradossalmente, una bella notizia. Le democrazie rappresentative liberali sono costruite sulla composizione degli interessi, è il loro lavoro. Se gli elettori votano in base ai propri interessi, il sistema funziona bene. Il sistema ha problemi quando si vota per altre ragioni, tipo ideologia, etnia, e altre minchiate (qui, la Lega è più problematica dei 5stelle, perché vuol far sentire meglio facendo star peggio altri, cioè i migranti, e ci campa da 25 anni, sulla costruzione di un’alterità fittizia). Pur in modo un poco semplificato, che non è così semplice, vuol dire che i vincitori in una certa misura poi dovranno dare risposte. E li voglio vedere. In effetti, sarebbe utile che una volta tanto i giornalisti, e gli intellettuali, facessero il loro lavoro invece di saltare sui vari carri. Speranza vana.
  2. Un sacco di persone, a me sembra, ha votato M5S e Lega perché entrambi, in modo diverso, hanno detto la stessa cosa: io mi prenderò cura di voi. Il futuro che questi hanno promesso, un futuro dai contorni nebulosi e francamente pieno di minchiate, è costruito sulla promessa, che è promessa forte, di prendersi cura di noi. Finalmente, qualcuno che ci dice che valiamo qualcosa. In verità, sappiamo di valere poco, ma siamo disperati che qualcuno ci dica che non è vero, ci rassicuri, che non dobbiamo farci un culo così per valere qualcosa. Togli i migranti, siamo a posto (mentre Inter e Milan son cinesi, la Roma americana, per dire). Lo Stato mi farà vivere un’esistenza bella, risolverà tutto. Questo forse è il punto centrale: tutto il resto è contorno, forse stupidaggine.

La prima conclusione è: in fondo, la mamma è sempre la mamma.

Non vuol dire che il M5S, in particolare, sia stato votato al Sud perché ha promesso il reddito di cittadinanza, a questo non credo molto. Vuol dire che incarna, a ragione o a torto, e secondo me a gran torto, la promessa di cambiare le cose (le infrastrutture fatiscenti, i rapporti di lavoro basati sulla conoscenza, e così via) senza però chiedere sul serio che le persone cambino le proprie modalità di comportamento. Oh, certo, c’è la retorica della partecipazione, ma non è una cosa vera, è diventata ormai partecipazione da divano, dal non rompere i coglioni, dal tifare gli eroi. Nessun altro partito è stato in grado di proporsi in modo così convincente come il M5S, di trasformarsi in modo così profondo da un movimento teoricamente disorganizzato ed anarchico, rompicoglioni, che invita a lasciare certezze, a non sedersi, a non adeguarsi, a confrontare le fonti, un partito anti-sistema, il partito del vaffanculo, a un partito-rifugio che permette di accoccolarsi al calduccio del sentirsi meglio di ciò che si è, a una grande mamma che è a volte dispotica, che magari urla chissà perché ma che, dopotutto, è sempre la mamma che ci vuole bene, a noi cittadini allineati, che ci abbraccia prima di andare a dormire, la mamma calda, che ci rassicura di essere migliori, che vuole il meglio per noi e ci fa indossare il maglione caldo mentre ci passa la merendina, che ci imbocca. Che asseconda i nostri lamenti, che ci rassicura, che non è mai colpa nostra, è colpa degli altri, dei cattivi, l’Europa, le multinazionali, i politici, il PD. Tecnicamente un partito fascista, ma questo non descrive: il M5S è ormai la mamma italica (certo non la mamma nordica). Un po’ disgustosa, per quel che mi riguarda, ma sono ovviamente in minoranza.

La responsabilità, certamente, è degli altri partiti, quelli che hanno perso, quelli che si sono rifiutati di gestirla, la globalizzazione, come hanno invece fatto in altri paesi. Che hanno vivacchiato per decenni, che al massimo hanno provato a tenere i conti in ordine senza toccare le questioni fondamentali. Riusciranno a farlo questi qui? Francamente, mi sembra davvero improbabile. Spero, ovviamente, di sbagliarmi.

Perché in verità la seconda conclusione della storia è: in fondo, non è nulla di serio.

Il che porta alla terza, di conclusione: siamo sempre più nella merda.

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Pensieri gettati sulle politiche 2018

5 marzo 2018 § Lascia un commento

(Vedo che non scrivo in questo blog da circa tre anni, e in realtà non so bene perchè riprendo, forse solo perchè ho qualche minuto. In ogni caso: )

E’ finita la Seconda repubblica, posto che sia mai iniziata, e inizia la Terza. Oggi, Renzi appare come figura di passaggio, allo stesso modo del Berlusconi anziano, quella parodia di quella parodia degli anni novanta. Berlusconi, e poi Renzi, hanno partecipato più o meno consapevolente alla costruzione di un immaginario da cui nasce un discorso ormai permeato da concetti, sostantivi, lessico, simboli fascisti (i partiti dovevano indicare un ‘capo politico’, secondo la legge Rosati; se questo non chiarisce il punto non so bene cosa possa farlo). La sinistra è scomparsa, non poi tanto per colpa di Renzi o bravura di Berlusconi, ma per incapacità della sinistra, arroccamento dell’intellighenzia, stupidità varia.

Ne esce un paese evidentemente di destra, quindi nessun cambiamento in un paese che è di destra, e illiberale, da sempre. Paese quasi certamente senza governo, per capire se, invece, e come bisogna aspettare la fine della traduzione in seggi. Ma ci saranno schifezze oppure, nella miglior tradizione, si inizierà con balletti raccapriccianti che trascinano il paese per qualche mese, per qualche anno. Tiriamo a campare, ed anche questo è tradizione, solo so che non possiamo permettercelo.

Le categorie fascismo, destra, sinistra, non hanno più alcun senso. Vincono senza dubbio un partito tecnicamente fascista che non usa lessico fascista (M5S: statalista, nazional-popolare, socialista, ovvero l’interpretazione italica del secolo scorso del fenomeno nazional-socialista) e uno identitario-nazionalista (Lega, da fu Nord, che non è etnico solo perchè farebbe ridere in Italia ma l’aspirazione arriva da lì, chiedere a Bannon) che non è fascista ma che di fascista usa gli slogan; più di fondo qualche altro orpello tipo Fratelli d’Italia. I partiti dichiaratamente fascisti vanno maluccio, ma i partiti dichiaratamente fascisti rimangono al momento fuori secolo.

In ogni caso, Terza repubblica. Se ne vanno le figure di passaggio e i vecchi della Prima. E questa è già una gran bella notizia. Se si portassero via anche il caravanserraglio di intellettuali a loro legati, sarebbe ancora meglio. Certo, poi rimangono solo i nuovi, e i vantaggi appaiono immediatamente meno evidenti. Non se ne va l’accettazione italica per disonesti, venditori di padelle, furfantelli vari, conosco tizio che conosce caio (le cosiddette reti di privilegio), e il piacere di poter avere a disposizione lo spettacolino politico: ciò che appare è sempre ben più importante di quel che è, soprattutto se il capire quel che è richiede un minimo sforzo di natura extra-digestiva; se le cose funzionassero, poi, di che parliamo al bar?

In verità a me sembra che gli italiani non sappiano bene cosa vogliano, basta che si cambi. Essere compresi, spesso a torto, come rappresentanti di una continuità porta alla morte politica. Anche qui, ci sarebbe da discutere, ma questo è, al momento.

Insomma, è la fine del mondo? Mica tanto. Intanto, i processi politici da qualche anno sono velocissimi. Il PD aveva il 40% giusto qualche, quattro, anni fa. Si sale e si scende, certo è che il PD deve fare tabula rasa se vuole sopravvivere, e dubito che ce la faccia (da questo punto di vista, però, complimenti a Salvini, autore di un’operazione che personalmente ritenevo molto più difficoltosa; e, ovviamente, complimenti anche al M5S, che ha fondamentalmente cambiato pelle con successo; che duri non so, ma al momento il risultato è incredibile). Eppoi: tripolarismo attuale, magari con un potenziale bipolarismo, ma che escluderei possa essere Lega e M5S. Il grosso potenziale è quello di una forza popolare, in grado di rappresentare i bisogni delle persone, e particolarmente quelle più deboli, nel mondo attuale. Una forza politica che apra al mondo, accetti, ritorni fra la gente, e parli alle persone. Una forza italiana orgogliosa di esserlo, e quindi in grado di far sì che l’Italia sia parte del mondo, che capisca il mondo e rappresenti il mondo. Magari l’auspicio, qui, si confonde con l’analisi.

Di certo c’è che dubito molte persone possano rassegnarsi a questa roba qua. Di certo c’è che, in una democrazia, il popolo ha (quasi) sempre ragione.

 

 

Sciacalli sotto il cielo bergamasco di novembre

25 novembre 2012 § Lascia un commento

(Non sono riuscito a scrivere da parecchio, assorbito da molte altre questioni.)

Ma ci sono novità, anche a Bergamo, e fra le tante trovo davvero interessante l’affacciarsi in contemporanea di qualche gruppetto di sciacalli, tutti pronti ad accaparrarsi le spoglie elettorali del PdL agonizzante.

Ci sono questi, che si professano liberali veri (Berlusconi docet, perchè aiuta sempre dirsi liberali, fa gran fico). Ma basta sfogliare i nomi del comitato promotore, ed avere una memoria appena appena funzionante, per rendersi conto di cosa si tratta. Il liberalismo all’italiana, che liberalismo non è, è sempre utile per portare qualche voto.

E ci sono anche questi, barzellettari che dicono di non cercare poltrone. Tra questi, la chicca di Fabrizio Gherardi, il caro Fabrizio, l’ex-grillino che dice di essere rimasto deluso dal gruppo del M5S di Bergamo perchè non formato da persone politicamente all’altezza. Il caro Fabrizio, che se ne è andato dopo che aver insultato tutti noi perchè troppo democratici: avevamo avuto l’ardire di discutere alcune uscite di Grillo. Aberrante, perchè per lui Grillo era il capo, il solo discutere alcune sue posizioni era peccare di lesa maestà. Lui era più grillino di Grillo, noi che volevamo pensare con la nostra testa eravamo PDB (Partito Democratico Bergamasco, così ci ha chiamato, ed era inteso come insulto). Un paio di mesi e si era già accasato con Italia Futura. E lo fanno parlare con i giornalisti.

La dignità, e la decenza, non si acquistano al mercato sotto casa.

Note per la comprensione di Liquid Feedback come strumento democratico-liberale

14 settembre 2012 § 1 Commento

Se ne parlerà, nelle prossime settimane, ma già ora le imprecisioni abbondano.

Mi permetto alcune velocissime e penso semplici note di spiegazione, così da tentare di chiarire, per quanto possibile, il senso di Liquid Feedback -quantomeno, secondo me.

1. Partiamo dal nome, che evidenzia immediatamente che NON si tratta di uno strumento di democrazia diretta – si può usare come tale, ovviamente, ma non è stato costruito per questo. L’avrebbero chiamato ‘Liquid Direct Voting’, o qualcosa di simile, no? Quindi: il nucleo concettuale di Liquid non è il voto finale, ma il processo di costruzione della proposta che alla fine sarà votata. Il processo è scandito dalla necessità di un sostegno costante alla proposta, e dalla possibilità sia di offrire suggerimenti emendativi, di vincolatività differente, che di avanzare proposte alternative. Liquid è complementare a una piattaforma di discussione, meglio se questa offre la possibilità di costruire collettivamene le proposte (per esempio, con strumenti wiki).

2. In effetti, Liquid è uno strumento di partecipazione ed argomentazione, che delinea una democrazia dai tratti partecipativi e deliberativi. Molto brevemente: incentiva a prendere parte alle discussioni e votazioni e, soprattutto, tenta di avvicinare l’iter delle proposte alla ‘situazione discorsiva ideale‘ habermasiana. Cioè, un processo caratterizzato dall’ ‘argomentazione’: i partecipanti dovrebbero valutare esclusivamente il valore delle argomentazioni proposte (non dovrebbero tener conto, cioè, di altri elementi come le caratteristiche dei proponenti, lo stato dei rapporti personali, gli interessi di gruppo e personali, ecc.) in termini di razionalità (strumentale, normalmente), devono rispettare gli altri, e devono essere disposti a modificare le proprie posizioni di partenza. Il processo politico occidentale tradizionale è invece caratterizzato dalla ‘contrattazione’, cioè dalla composizione o dalla prevalenza degli interessi, e quindi dal potere.  Nell’argomentazione, invece, la proposta finale dovrebbe essere stata modificata rispetto a quella iniziale, e migliore di questa. Oppure, vincente in virtù del suo essere superiore alle altre.

3. Il processo argomentativo di Liquid è adatto per delle organizzazioni, ma non per una società nel suo complesso. In altre parole, si innesta nella democrazia rappresentativa, a causa della difficoltà di controllare i requisiti d’accesso, di problemi di sicurezza, e di possibili distorsioni. Liquid non è perfetto, è un esperimento e uno strumento, e come tale deve essere utilizzato.

4. E’ per questo che l’implementazione delle proposte approvate, e il valore da conferire loro, non è una questione affrontata in Liquid. In una democrazia rappresentativa, se si conferisse alle proposte approvate un valore vincolante si trasformerebbe il portavoce in un automa, senza alcuna volontà, negando quindi la responsabilità del singolo individuo di fronte al gruppo. In un sistema liberale esse hanno valore politico, di minore o maggior forza, ma comunque non possono che essere comprese come indicazioni ai rappresentanti.

5. In ogni caso, il suo utilizzo produce necessariamente la riduzione della distanza fra le elite politiche e la ‘base’ dei loro partiti, che oggi caratterizza tutte le democrazie liberali occidentali. Liquid offre la possibilità, cioè, di iniettare efficienza in processi democratici oggi asfittici.

5. In particolare, il processo di delega riconosce l’impossibilità di un’orizzontalità perfetta (anche qui, l’orizzontalità perfetta porta in realtà al totalitarismo via negazione del valore dell’individualità): competenza e leadership sono riconosciute dal sistema. Dal punto di vista democratico, e liberale, ciò che davvero è importante è la possibilità di revoca della delega in qualsiasi momento durante ogni momento dell’iter: la volontà, la libertà, e la responsabilità individuale sono principi centrali del modello. Sono questi stessi principi che richiedono la trasparenza del processo. In particolare, una volta conclusa la fase di votazione, i voti effettuati sono visibili a tutti: ciascuna azione richiede assunzione di responsabilità.

 

Qualcuno ci prova

12 settembre 2012 § Lascia un commento

A fare il proprio lavoro: oggi un articolo del corriere della sera – bergamo ha pubblicato un articolo sul lavoro che il M5S di Bergamo sta facendo con Liquid. Ci sono delle imprecisioni, una particolarmente importante: sono mesi che facciamo presentazioni di Liquid in giro per l’Italia perchè riteniamo possa essere uno strumento utile, sia organizzativamente che politicamente, PER IL M5S e tutti i suoi meetup (e non contro il M5S, cioè certo non contro Grillo e Casaleggio); in altre parole la nostra proposta nasce mesi fa, ed è conosciuta e pubblicizzata in modo trasparente da prima della vicenda Favia, non nasce dopo come riportato.

Ma, dopotutto, ieri abbiamo deciso di non parlare con la giornalista per vari motivi, fra gli altri il timore che l’articolo fosse già stato scritto. Negli ultimi mesi, la linea del corriere sul M5S non sempre è stata condivisibile. Lei si è dovuta arrangiare con quello che aveva: il nostro comunicato stampa, e le presentazioni che sono sul sito.

Secondo me ha utilizzato il materiale che aveva correttamente. E non è poco, oggigiorno (chiediamo solo questo ai giornalisti: che facciano bene il loro lavoro. Nient’altro)

 

PS. Appena ho qualche ora proverò a scrivere una presentazione più ‘teorica’ di Liquid, evidenziandone schematicamente potenzialità e criticità di strumento democratico post- o iper-liberale.

Ebbene sì: ‘problema reale’ e ‘polemica pretestuosa’ non sono incompatibili (ovvero, la scoperta dell’acqua calda)

10 settembre 2012 § Lascia un commento

Quest’oggi ho avuto l’onore di essere gentilmente citato in un giornale online cittadino: ho scoperto così di essere in polemica con il gruppo di Bergamo del M5S.

Il meetup bergamasco (secondo il comunicato stampa pubblicato  SABATO)  riterrebbe che la discussione sulle dichiarazioni “decontestualizzate” di Favia sarebbe una “polemica pretestuosa” mentre il sottoscritto, scrivendo il VENERDI pomeriggio, avrebbe risposto loro che “No, il problema è reale”.

1. Mi piacerebbe essere in grado di prevedere il futuro con tale precisione, ma purtroppo non sono ancora in grado di rispondere IN ANTICIPO a domande, dichiarazioni, posizioni, e così via. Ma ringrazio i giornalisti per l’altissima considerazione che hanno delle mie capacità. In effetti, la frase attribuitami “No, il problema è reale”, io non l’ho mai scritta. Personalmente sono abituato, forse perchè lavoro in ambito accademico, ad aspettarmi che le citazioni siano scrupolosamente precise. Scopro che questa regola non vale per tutti. Ma ciò che è importante è che l’aggiunta del No cambia molto il significato comunicato: con No la polemica esiste (in quanto il No si riferisce al concetto precedente),  senza No la polemica non c’è.

2. In realtà, ho partecipato venerdì sera e sabato mattina alla stesura del comunicato stampa che, come tutti i nostri comunicati, è stato composto a più mani e pubblicato solo quando condiviso da una pluralità di persone, FRA CUI il sottoscritto. Secondo la redazione di bergamonews, io sarei evidentemente in polemica feroce non tanto con il gruppo di Bergamo, quanto con me stesso. No, a tutt’oggi non soffro di disturbi della personalità (grazie a chi non l’ha pensato).

3. Il fatto è che, e così scopriamo l’acqua calda, le due posizioni NON SONO INCOMPATIBILI. Sono compatibili ‘concettualmente’ (afferiscono a ordini diversi),  ‘processualmente’ (sono relative a momenti differenti nella produzione di significati), e ‘logicamente’.

PER CHI VUOLE APPROFONDIRE

Approfondisco solo l’aspetto che ho chiamato ‘logico’, e lascio stare gli altri due, perchè credo sia meglio stare sul semplice. Anche se questo è già un approfondimento, sono comunque obbligato a semplificare. Magari ci tornerò in altri post.

Il ‘problema’: come funziona il M5S

Il MoVimento è organizzato localmente: l’ambito di riferimento e di azione politica è quello comunale.  Ogni meetup è autonomo nelle sue decisioni, ed è responsabile di quello che fa. Per dirla in un altro modo: il M5S è nato come insieme di liste civiche, unite dalla certificazione di Grillo che permette l’utilizzo del simbolo. La certificazione è riconosciuta in base ai criteri formali scritti nel Non-Statuto: per esempio, nessun candidato può essere stato eletto in altri partiti, o avere procedimenti penali in corso, o essere stato penalmente condannato, ecc. I candidati e le liste condividono il Non-Statuto e dei temi d’azione espressi dal Blog di Beppe Grillo e da qualche altro documento, come la Carta di Firenze. Nel momento in cui il Movimento assunse dimensione nazionale, fu necessario dotarsi di un programma nazionale, che è stato composto dalle proposte e dal loro gradimento espresse sul portale del MoVimento, quindi con procedure sperimentali, ed assomma a un insieme di proposte sottoposte alla continua discussione pubblica (è quindi nella sua natura di essere diverso dai programmi elettorali partitici).

I singoli gruppi locali sono totalmente autonomi e, al loro interno, assolutamente democratici. In altre parole, il MoVimento non ha strutture sopra-comunali, perchè fino ad oggi la questione non si è mai posta da un punto di vista dell’organizzazione generale. Nelle regioni che in cui sono stati eletti dei rappresentanti del M5S (Emilia Romagna) sono state create delle reti, degli strumenti, ma stiamo ancora parlando di soluzioni sperimentali.

Come può un MoVimento nazionale essere non democratico, se un’articolazione nazionale non esiste? Il suo grado di democraticità potrà essere giudicata quando si sarà formata un’organizzazione nazionale (che poi i giornalisti e i commentatori trovino di loro interesse presentare i post di Grillo come posizioni politiche del MoVimento è altra questione: di fatto, non esistono posizioni politiche nazionali. Ciò che è condiviso è un nucleo concettuale, delle regole, e delle proposte – quelle del programma).

Ora che il M5S si presenta alle elezioni nazionali e regionali, e probabilmente avrà rappresentanti eletti al Parlamento nazionale, diventa assolutamente necessario creare una rete senza gerarchia, senza rappresentazione, che rispetti l’autonomia dei singoli gruppi ma che sia efficiente. Si tratta cioè di risolvere un problema davvero complesso, sia dal punto di vista organizzativo che politico: creare una struttura inclusiva, partecipata, in cui tutti hanno diritto a partecipare al processo decisionale, caratterizzata dalla massima orizzontalità, ma che non abbia strutture gerarchiche, cioè che aggreghi il consenso senza processi verticali (rappresentativi).

Questo è il problema organizzativo e politologico di cui parlavo, e che esista lo sanno tutti (certo, quelli che si informano). Tutto il MoVimento sta lavorando per risolverlo, non solo il gruppo di Bergamo: vogliamo arrivare pronti e funzionanti alle elezioni, stiamo crescendo, e faremo il possibile per rispondere alle speranze e alle aspettative dei cittadini che voteranno per noi.

La ‘polemica strumentale e sterile’

La polemica sulle dichiarazioni di Favia è strumentale e sterile, perchè riporta dichiarazioni antiche, fuori contesto, in uno sfogo personale, a cui è stato dato spazio per ragioni giornalistiche e politiche. La polemica è stata montata ad arte, e soprattutto senza alcuna relazione con le questioni esposte sopra. Per capire è necessario informarsi: per esempio, basta chiedere. Ma, soprattutto, anche se fossero state fondate allora, si riferiscono a un MoVimento che oggi non esiste più.

Il gruppo di Bergamo sta lavorando in prima fila per far crescere il MoVimento con Grillo e con tutti gli altri cittadini che hanno deciso di impegnarsi in prima persona. Stiamo avanzando delle proposte che ci pongono al centro di questo processo di crescita, ed è paradossale che un giornale bergamasco non capisca la portata di una questione che definirà la strutturazione della sfera politica in questo secolo, e non ‘veda’ alcuna notizia,  mentre testate nazionali la vedano benissimo e ci contattino.

PS. Mentre scrivevo questo post, ho avuto una veloce conversazione pubblica, su facebook, con un giornalista di bergamonews, a seguito della quale, alle 15.37, bergamonews ha deciso di togliere il virgolettato dal titolo. Per loro, con o senza virgolette la questione rimarrebbe identica… beati loro.

Ciò che dobbiamo risolvere: riflessioni schematiche sulla democrazia liberale

7 settembre 2012 § Lascia un commento

E questo è il secondo.

1. La democrazia occidentale moderna risulta dal tentativo di concentrare il potere nella moltitudine (democrazia) limitandolo e dispendendolo allo stesso tempo (liberalismo) in funzione della libertà individuale prima e del benessene individuale poi. In altre parole, la struttura istituzionale di gestione del potere (derivante dalla società contrattuale) è legittimata e deve essere pensata in funzione della tutela del singolo individuo. Le esperienze storiche più influenti sono state quelle americana, francese, e britannica, a cui si aggiungeranno poi, nei secoli seguenti, le esperienze consociative dei paesi etnicamente o ideologicamente divisi.

2. Nel diciottesimo secolo, questo tentativo si sviluppa in una realtà sociale caratterizzata da:

  • l’espansione occidentale nel mondo e la sua supremazia politica, militare, economica, e culturale;
  • una partecipazione politica elitaria e quindi di minoranza;
  • un benessere non elevato e non omogeneo;
  • bassi livelli d’istruzione;
  • una disponibilità d’informazioni limitata.

3. Nel diciannovesimo secolo/inizio ventesimo secolo, la costruzione democratico-liberale si assesta adattandosi alla sintesi parallelamente in formazione dello Stato-nazione, talvolta mostrando difficoltà di adattamento in paesi dalla recente e rapida industrializzazione.

4. Nel ventesimo secolo si modifica la realtà sociale:

  • l’introduzione del suffragio universale porta le masse in politica che, mobilizzate dall’ideologia e dalle tecniche (entrambi meccanismi di creazione e gestione della politica), portano alla creazione di agenti sociali d’intermediazione politica (i partiti) ed all’aggiunta del benessere come obiettivo finale (oltre alla libertà) dell’azione politica e dell’ingegneria costituzionale;
  • il benessere esplode, il che determina un cambiamento delle aspettative dei cittadini, un aumento del tempo dedicabile agli interessi personali, e un aumento del denaro disponibile in società;
  • i livelli d’istruzione si alzano sensibilmente;
  • la quantità delle informazioni disponibili aumenta vertiginosamente;
  • la supremazia occidentale e il suo primato iniziano a declinare a tassi sempre più elevati.

5. La trasformazione della realtà sociale dal diciottesimo secolo ad oggi, risultante in un aumento della complessità, ha determinato che la democrazia liberale abbia dovuto:

  • accettare un aumento delle competenze funzionali, il che ha determinato un aumento dell’apparato governativo, cioè del gestore delle comunità sociali statuali, e della migrazione del potere legislativo dalle assemblea parlamentari agli organi esecutivi;
  • un aumento/nascita delle autorità politiche indipendenti, soggetti funzionali di governo tecnico ma nominate dai rappresentatnti del popolo;
  • aumento della rilevanza dei gruppi di pressione politica, espressione di interessi particolari;
  • la politica diventa attività particolarmente costosa: il legame fra sfera economica e politica si salda sempre più;
  • la politica è attività che richiede capacità di accedere ai soldi ed alle tecniche.

6. Dopo la scomparsa delle ideologie forti che hanno caratterizzato il ventesimo secolo, in Occidente l’aumento della complessità e le risposte adattative delle democrazie liberali hanno infatti creato una serie di paradossi, fra cui i maggiori sono sintetizzabili come i seguenti:

  • la politica è attività formalmente aperta, a cui tutti possono accedere, ma che in realtà è attività minoritaria passivamente ed elitaria attivamente: nel primo caso, l’individualizzazione sociale, i maggiori livelli d’istruzione, il maggior tempo a disposizione, e le maggiori informazioni a disposizione non portano ad una maggiore partecipazione attraverso i canali formali della politica (che anzi vengono rifiutati) ma attraverso quelli sociali (i gruppi sociali si trasformano poi in agenti di pressione politica), che sono invece caratterizzati da un andamento intermittente; nel secondo caso, l’attività politica è aperta a chi è in grado di accedere a soldi e tecniche: il risultato finale è la creazioni di una casta prefessionale in grado di assimilare gli elementi che ciclicamente si mostrano anti-sistema;
  • la richiesta di partecipazione politica dall’alto verso il basso (a causa dell’aumento delle cariche elettive e delle lotte intra-casta) aumenta, ma la risposta dei cittadini è intermittente, con punti nei momenti in cui l’anti-sistema non è ancora assimilato o quando un soggetto politico è in grado di proporsi come risposta simbolica a questioni sia individualmente che socialmente condivise;
  • l’apparato burocratico statale è cresciuto a dismisura, la ricerca delle risorse per il mantenimento dello Stato diventa esistenziale, e quindi la competizione economica fra stati diventa l’attività caratteristica dei governi (troppo grandi internamente, troppo piccoli esternamente);
  • la pluralità dei soggetti politici istituzionali ha disperso il potere formalmente, ma realmente riconcentrandolo nell’esecutivo: questo diventa un soggetto con sia troppo tanto che troppo poco potere;
  • tranne eccezioni cicliche, i cittadini partecipano marginalmente e minoritariamente alla costruzione delle proposte politiche, ma il volere della moltitudine è costantemente tenuto sotto controllo dalla classe politica elitaria e seguito in funzione del mantenimento del potere: ne derivano assenza di leadership politica, populismo, costruzione segmentizzata dell’azione politica (sintesi degli interessi potenti di parte), e prevalenza della pianificazione politica di breve termine.

7.Se quanto brevemente scritto sopra è ragionevole, e la democrazia liberale occidentale è comprensibile tramite la sintesi fra i suoi due profili, quello formale e quello sostanziale (controllo dei governati sui governanti (formale) ed uguaglianza dei cittadini nell’esercizio di quel controllo (sostanziale); oppure struttura istituzionale liberale (formale) e partecipazione passiva ed attiva dei cittadini (sostanziale)), sintesi creata in funzione della libertà e benessere individuale, allora la questione è se la soluzione dei paradossi sopra citati sia possibile tramite ulteriori adattamenti alla struttura istituzionale ottocentesca oppure sia necessario ripensare le istituzioni democratico liberali nella nuova realtà sociale. I tentativi di ripensare il rapporto fra democrazia e liberalismo hanno finora prodotto sostanzialmente due poli: da un lato, un tentativo conservatore che predilige il polo liberale (risultante in una paraddosale accentuazione del carattere elitario della politica), che porta alla riduzione del ruolo statale nella sfera economico-sociale tramite l’assegnazione di quelle che erano funzioni statali alla società: dopo l’ondata neo-liberista nei paesi anglofoni dagli anni ottanta in avanti, si arriva al progetto inglese odierno della Big Society; dall’altro, un tentativo progressista che predilige il polo democratico, ricercando la partecipazione dei singoli nei processi decisionali della politica (le esperienze di democrazia partecipativa di paesi occidentali ma soprattutto sudamericani), ma di cui rimane discutibile l’applicabilità su scala statuale.

8. Entrambi non convincono. Nel ventunesimo secolo, l’aumento del flusso di informazioni, la perdita delle ideologie occidentali novecentesche, e la perdita occidentale di centralità sembrano suggerire che le istituzioni democratico-liberali debbano essere ripensate. I principi che devono guidare questo ripensamento non possono, comunque, che tenere fermi quelli che hanno giustificato la costruzione istituzionale democratico-liberale, perchè questa rimane eticamente superiore alle alternative:
a. La legittimazione del potere risiede nei cittadini;
b. Il potere deve essere esercitato in funzione della libertà e del benessere individuale;
c. Il potere deve essere disperso il più possibile istituzionalmente, socialmente, economicamente, e politicamente;
d. (Ma) Il potere deve essere concentrabile per funzioni (perchè chi esercita potere deve essere responsabile per le decisioni prese) e a tempi determinati (chi esercita potere deve essere in grado di decidere in autonomia relativa);
e. Tutti i cittadini devono essere in grado di controllare l’esercizio del potere;
f. Tutti i cittadini devono essere in grado di partecipare il più possibile all’esercizio del potere ed al processo decisionale politico.

9. L’incrocio fra i paradossi e i principi sopra riassunti sembrano indicare che le questioni da risolvere siano:
a. apertura della classe politica aumentandone la professionalità e responsabilità;
b. aumento della partecipazione politica diretta dei cittadini aumentando la capacità decisionale autonoma degli ufficiali politici (leadership);
c. diminuzione dei costi della politica
d. diminuzione dei costi derivanti dall’apparato burocratico;
e. creazione di un processo politico decisionale funzionale all’interesse individuale ma in grado di conciliarlo con l’interesse collettivo.
f. creazione di un processo politico collettivo capace di distinguere fra breve e lungo termine.

Favia, democrazia, e M5S

7 settembre 2012 § Lascia un commento

E’ davvero una dabbenaggine quella che ha fatto Favia, ma quattro mesi fa, durante la questione Rimini-Tavolazzi, quando uno sfogo del genere poteva essere francamente ben comprensibile, considerati anche i consensi di cui godeva allora il MoVimento.

Però il problema che viene scoperchiato è ovviamente reale, ed esiste da quando Grillo (e Casaleggio, non quell’entità chiamata MoVimento) ha deciso che il M5S si sarebbe presentato alle elezioni politiche: i livelli regionali e nazionale del M5S semplicemente non esistono, e sono difficili da costruire a causa della natura del MoVimento e in particolare del rifiuto di qualsiasi rappresentazione formale nella propria struttura (una delle questioni racchiuse nel concetto-mantra ‘uno vale uno’).  La risposta di Casaleggio sul sito del comico genovese e il fiume di commenti sulla questione danno solo (!) l’impressione di un gruppo in crisi di nervi. Ma questa è, d’altronde, un po’ una caratteristica delle armate brancaleoni.

Siccome i fondamentali li conosco, e talvolta tento di anticipare ciò che avverrà, ho cercato, con altri amici di Bergamo, di risolvere il problema, cioè di pensare a un’organizzazione per il MoVimento che permettesse di adottare decisioni, e che fosse quindi efficiente, ma mantenesse il concetto ‘uno vale uno’ come principio organizzativo fondamentale.

E’ per questo che, fra altri strumenti che abbiamo introdotto a Bergamo, abbiamo tradotto e installato, testato ed adottato Liquid Feedback, la piattaforma di ‘democrazia liquida’ utilizzata dal Piratenpartei tedesco -tutto il lavoro, la spinta, la passione, ce l’ha messa Andrea Ravasio… noi abbiamo cercato di facilitargli il lavoro. Liquid Feedback, o la democrazia liquida (il riferimento a Bauman è evidente) è, molto semplicemente, un tentativo di creare un sistema di voto partecipativo-deliberativo.

A Bergamo viene utilizzato da qualche mese, e ormai da altrettando stiamo contattando tutti i meetup d’Italia presentandolo. Un paio di settimane fa lo ha adottato il movimento siciliano, e lo utilizzeranno per preparare il programma regionale, e molti altri meetup d’Italia lo stanno valutando, fra cui quelli di Milano, Brescia, Como, Biella, Venezia, Cosenza, Modena, Roma, Rimini. Stiamo acquistando un altro server per gestire la moltiplicazione delle richieste (se qualcuno volesse aiutare lo sforzo economico…).

Stasera, per esempio, Andrea, Filippo, e Pietro saranno a presentare Liquid a Monza, con diretta streaming dalle 21.00. Poi, Lunedì ci sarà un tavolo di lavoro virtuale con Roma, Milano e, se non erro, Napoli. E così via.

Da qui potete contattarli.

L’importanza del Sogno

6 settembre 2012 § Lascia un commento

Talvolta, anzi troppo spesso, per ragioni d’interesse personale e a questo punto anche di attività politica, sono colpito dalla rovina di pensiero che caratterizza la politica italiana, e il mancato rispetto dei fondamentali (ma non è una novità).

Ora, comunque, con l’evidenza delle due convention americane, è ancora più impossibile non essere colpiti dalla diversità fra ‘noi’ e ‘loro’. Che poi è semplice: lì c’è gente che la politica la ‘pensa’, la ‘vive’,  empaticamente e professionalmente, qui non ancora (ci si sta arrivando, ma il processo è lento e ancora marcato da un’americanizzazione degli strumenti, con risultati non sempre ragionevoli). E’ davvero un peccato che ci si sia ridotti a questo punto, dopo una storia nazionale illustre di contributi politici e politologici.

Per esempio, cosa offre agli elettori il panorama politico italiano? E in particolare, che sogno, che immagine di società futura ci viene proposta dai maggiori partiti? Che vuol dire: andremo a votare cosa?

Perchè le elezioni non si vincono mai con i programmi, ma con le immagini, con i sogni, con proposte politiche in cui si ripone la propria preziosa fiducia.

Un tempo fu Berlusconi, che proponeva la moltiplicazione del proprio successo personale: la società sarebbe stata bella, luccicante, ricca, forse un po’ rozza ed edonistica, ma certo piena di pilu.  E ci avrebbe pensato lui. Cosa offre oggi il PdL? (Se ci fosse ancora un qualcosa chiamato PdL) Il nulla, il deserto assoluto.

Il PD? Qui dipende un poco da chi vincerà le primarie, se saranno fatte -e non sembra più così certo anche se, secondo me, alla fine le faranno (bisogna solo trovare il modo di far perdere Renzi, e così complicato non è) . Ma, sostanzialmente, un altro Monti, cioè serietà zombistica con liberismo, e ragioneria unita a un certo elitismo. Solo che il PD andrà a farlo con UDC e SEL. Senza le competenze datate ma pur sempre riconosciute, la storia liberale, e la credibilità internazionale di Monti. Variazione se vince Renzi: un certo ricambio generazionale, americanismo, una spruzzatino di proposte grilline (perchè per Renzi Grillo è il M5S). Ma, in fondo, la minestra è la stessa: i prossimi anni saranno una continuazione dell’attuale. Loro la chiamano serietà e responsabilità, secondo me gli elettori la chiameranno ‘che palle’.

La Lega ci offre ‘Prima il Nord’. Che dopo la secessione sembra un bambino che piange perchè vuole comunque qualcosa, visto che la mamma ha detto no. Cosa proponga SEL non lo sa nessuno, e comunque bisognerebbe vedere oltre l’accozzaglia di ideologie sconfitte dalla storia e dalle elezioni cementate dal personalismo di Vendola. E penso che basti.

L’UDC offre un insieme di notabili che si fanno i fatti loro. L’IDV offre legalità e notabili all’ombra di Di Pietro, e non è una bella società proposta, quantomeno per me. Ci sarebbero i finiani, ma anche per loro non si sa neanche cosa faranno il mese prossimo, figuriamoci fra sei. Poi avremo, c’è chi lo dice, Italia Futura: Monti in salsa d’imprenditore impresentabile con un tocco di berluschino.

Infine, il M5S: un’armata brancaleone di forse brave persone e forse buone intenzioni, alla ricerca di un’organizzazione e unità e di un qualcosa di sensato. Ma non si sa cosa propongano ancora, e certo pochi capiscono il rapporto con Grillo (e mettiamoci anche con Casaleggio). Almeno loro sono nuovi, però, e non hanno i soldi per pagarsi i consulenti.

Poi ci si preoccupa dell’antipolitica e dell’astensionismo.

Ebbene, sì, sto per diventare incivile

19 luglio 2012 § Lascia un commento

Essendo un po’ lento, ho avuto bisogno di un qualche tempo per realizzare: avevo effettivamente appena letto che il  populista papa bianco Bersani mi aveva appena dato dell’incivile (oltre che populista e semplificatore).

Dalla stessa intervista rilasciata al corriere:

E di Grillo? 

«Grillo è dentro le insorgenze populiste e semplificatrici che da due anni emergono in tutta Europa. Partono da istanze anche giuste e crescono ammucchiando cose indistinte, in cui non c’è più destra né sinistra. Quel che ha detto Grillo della Bindi non è “voce dal sen fuggita”. Si mette in rete quel che si pensa solleciti la pancia del Paese. Io rifiuto in radice questo schema. E ricordo che le prossime elezioni non saranno solo una scelta politica ed economica. In qualche misura saranno anche una scelta di civiltà. E allora bisogna combattere. Se farò un governo io, la sua prima norma riguarderà il diritto dei figli di immigrati nati qui e che studiano qui in Italia a chiamarsi finalmente italiani».

Io capisco che Bersani è in campagna elettorale interna, capisco anche che possa sembrare intelligente la strategia del chiamare a raccolta i suoi per cercare un rally ‘round the flag effect  (un numero consistente di elettori del pd sta corrrendo verso il M5S, molti nonostante Grillo) però, come sempre, dà davvero fastidio quest’aria di superiorità. Che non gli fa capire che questa strategia, per il PD, è sbagliata. Terranno anche questa volta: bravi!

Se poi uno ha appena perso uno dei vari lavori che deve fare per non riuscire ad arrivare comunque alla fine del mese (perchè quello di professore universitario a contratto certamente  non è sufficiente) a causa dealla riforma Fornero, e quindi grazie alla cortesia del PD e di tutta la combriccola danzante che sostiene Monti… ecco, cosa dovrebbe dire? Secondo voi, se ancora non lo è, non lo diventa incivile, e per davvero questa volta?

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