E’ il M5S il primo partito postmoderno italiano?

18 agosto 2014 § Lascia un commento

Forse il M5S e’ il primo vero partito postmoderno italiano. Per ridurre all’osso la complessita’ di  questo progetto filosofico, e con parecchia approssimazione, il postmodernismo ha sostenuto l’impossibilita’ di un’epistemologia che possa portare alla creazione di verita’, in quanto nella modernita’ la verita’ e’ intrinsicamente legata al potere, cioe’ allo Stato creatore di identita’ da cui estrarre comportamenti fruibili. In quanto progetto politico ed esistenziale, il rifiuto del potere prescrive il rifiuto della verita’, e di chi dispensa verita’.

Il m5s pone sullo stesso piano la fonte di qualsiasi affermazione, relega quindi all’irrilevanza la competenza e la razionalita’, e non ha alcuna difficolta’ a negare la verita’ del giorno prima con una verita’ odierna. Ne e’ conseguenza che il pensiero ponderato, la solidita’ argomentativa, la correttezza fattuale diventano sostanzialmente irrilevanti. Gli intellettuali sono visti con sospetto, gli esperti sono intercambiabili e irrilevanti.

I paradossi di una tale visione filosofica, se fatti storia, come potrebbe essere nel M5S, sembrano abbastanza chiari: nel marasma di fonti, di verita’, di informazione, la scelta dei poveri terminali informativi (gli utenti, cioe’ le persone), invece di privilegiare la complessita’ e’ costretta, in quanto troppo dispersiva in termini di tempo e risorse, a indirizzarsi verso una singola fonte, scelta in funzione di un’appartenenza identitaria derivata da esperienze personali. Emozione, in sostanza. La prevalenza di una singola fonte scelta arbitrariamente apre niente altro che la possibilita’ di propaganda, quando la fonte e’ funzionale a un progetto politico, in altre parole quando la fonte e’ legata al potere. Ecco che si creano quindi, da un progetto originariamente idealmente teso alla liberazione umana dal potere, le condizioni per un progettoopposto, cioe’ totalizzante e soprattutto totalitario.

Lo scritto di Di Battista sull’Isis ben evidenzia, secondo me, la questione. Il mondo non inizia con il M5S. Discussioni accademiche e policy-maker sulla necessita’ di includere i soggetti politici islamisti esistono da quando faccio il mio lavoro, in Italia, Europa, Stati Uniti,  dappertutto. Nel mio piccolo, con moltissimi altri considerati esperti, ho criticato la guerra in Iraq del 2003 perche’ non necessaria e controproducente,  le politiche israeliane nei territori occupati e le reazioni americane ed europee alla vittoria  elettorale di Hamas nel 2005, e cosi’ via, perorando la necessita’ di inclusione dei soggetti politici islamisti. Scontrandomi spesso con qualche esperto, soprattutto americano e israeliano, che la pensava diversamente. Ma sono punti poco controversi. Ho appena consegnato un capitolo per un libro tedesco in via di pubblicazione che sostiene sostanzialmente la necessita’ di differenziare fra i soggetti islamisti, e di formulare politiche occidentali non ideologiche nei loro confronti, rapportandosi non in base alla loro natura ma in base ai differenziali di potere e alle azioni compiute. Nulla di particolarmente nuovo o originale, sono argomentazioni molto presenti nei think-tank di advisory e nella letteratura specialistica.

Ecco: non credo si possa trovere un solo esperto che attualmente argomenti seriamente l’inclusione dell’Isis. Perche’ l’Isis, nel suo nucleo originario e ideologico, o cio’ che e’ rimasto di Al Qaeda,  o Ansar al-Sharia, o Boko Haram, se proprio vogliamo creare categorie, sono tutt’altra cosa rispetto agli islamisti che, seppur ideologizzati, rimangono soggetti politici, cioe’ dotati di un seppur minimo pragmatismo, quali Hamas ed Hezbollah. Di Battista usa categorie persino piu’ generali: gruppi considerati in occidente come ‘terroristi’ sono in quanto tali e per definizione difensori della liberta’ dei loro popoli, contemporanee riproposizioni dell’MK, il braccio armato dell’African National Congress, dell movimento di liberazione algerino, ed oppositori dell’imperialismo statunitense, come Fidel Castro e Chavez. E’ classico terzomondismo degli anni settanta, che si pensava non esistesse piu’. Personalmente non ricordo una sola discussione accademica degli ultimi dieci anni in cui qualche esperto abbia utilizzato la categoria ‘terrorismo’, se non in riferimento al dibattito pubblico e politico occidentale o israeliano. Perche’ terrorismo e’ una  categoria analiticamente inutile e controproducente. 

L’Isis non e’ quello che sembra pensare Di Battista. E basta leggere i giornali, le cronache degli inviati di guerra per capire il problema. Ma in quanto scriventi nei giornali, espressione per definizione del progetto imperialista quelle cronache, quelle foto, sono private di qualsiasi credibilita’ (rieccoci al postmodernismo). E quindi l’opinione di Di Battista vale come quella dei testimoni oculari, delle persone che hanno visto sgozzare i propri famigliari, riportate dai giornalisti. Ma chi legge la Fonte ha difficolta’ a non credere alla sua analisi balorda, perche’ e’ riportata dalla Fonte, e sfida a provarla falsa. Invece del contrario. Ancor peggio, quando l’opinione di un singolo diventa posizione politica di una formazione politica, come questo e’ il caso. La casalinga di Voghera che si sogna Churchill e gioca a tressette con la vita delle persone.

Il cerchio e’ perfetto. Ma e’un cerchio pericoloso.

 

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