Tra politica ed antipolitica

18 aprile 2012 § Lascia un commento

Il professor Angelo Panebianco, sul Corriere di lunedì 16, definisce l’antipolitica forse in modo impressionistico ma certamente efficace come il rifiuto di ogni intermediazione politica. Egli ricorda della necessità che in democrazia esistano agenzie che svolgano quella funzione, e quindi auspica un rinnovamento (‘da principi a sherpa’) di quelle organizzazioni, i partiti politici.

Si può forse dissentire sulla conclusione, e cioè che un processo di americanizzazione politica sia davvero auspicabile; ma certamente è necessario sottolineare come le premesse del suo ragionamento siano discutibili. In particolare, può essere utile ricordare sia che i partiti novecenteschi non rappresentano necessariamente le uniche agenzie sociali oggi in grado di svolgere quella necessaria funzione intermediativa sia che è possibile nutrire forti dubbi sulla loro capacità di trasformarsi (e, in particolar modo, su quella dei partiti italiani).

I partiti politici occidentali moderni  si sviluppano, nel secolo scorso, per aggregare consenso a seguito della massificazione della politica e dello sviluppo di tecniche di manipolazione del consenso (di cui la principale è stata l’ideologia). A loro volta, queste variabili sono funzione di innovazioni tecnologiche che permettono tanto i giornali di massa prima e la televisione poi, quanto la diminuzione dei costi di mobilità delle persone.

Da allora ad oggi, la tecnologia si è evoluta: da strumenti informativi verticistici che permettono una fruizione passiva agli utenti siamo entrati in un’epoca in cui la comunicazione si struttura orizzontalmente e in cui gli utenti sono chiamati alla partecipazione ed alla fruizione attiva. L’ideologia, quantomeno in Occidente, struttura oggi molto meno la comprensione degli eventi rispetto al secolo scorso. Infine, i costi legati alla mobilità di persone ed informazioni si sono ridotti ulteriormente.

Non c’è alcun dubbio che  la necessità di intermediazione politica rimanga; ma che i partiti novecenteschi, cioè verticistici e chiusi ma oggi poveri di legittimazione ideologica, siano in grado di svolgerla non è affatto scontato. Le necessità di trasformazione e riorganizzazione derivate dalle innovazioni sociali e tecnologiche sono eccessivamente radicali, poiché interessano la natura stessa dell’organizzazione partitica.

La denuncia di apoliticità è rivolta, in particolar modo, al movimento 5 stelle. Questa,  come molte forze politiche in periodi di nascita tumultuosa, si caratterizza per una molteplicità di anime: fra queste, una è fortemente contestativa, con colorazioni talvolta antipolitiche (contro la ‘politica); un’altra è, al contrario, costruttiva, pragmatica, ed altamente democratica, e cioè dedicata alla ‘Politica’. Entrambe, in ogni caso, concordano sulla necessità di riequilibrare il rapporto esistente oggi, tanto in Occidente quanto in Italia, fra interessi particolari ed interesse collettivo. Quel che è necessario sottolineare è che, se la prima anima reagisce all’inefficienza politica degli attuali partiti, la seconda tenta invece di costruire un modello di intermediazione Politica adatto alla società del ventunesimo secolo, accettando certamente la democrazia rappresentativa ma introducendovi elementi rappresentativi e persino deliberativi. In altre parole, il movimento 5 stelle rappresenta un tentativo di creare un’organizzazione che permetta la mediazione politica adatta alla contemporaneità. La nascita prima e la crescita ora del movimento 5 stelle, quindi, non è dovuta solo a variabili congiunturali ma anche strutturali.

Mentre il dibattito pubblico anglosassone affronta fenomeni quali quelli di Occupy (in inglese non esiste nemmeno, a mia conoscenza, una traduzione che possa correttamente rendere il significato di ‘antipolitica’) oppure degli Indignados come di un problema di governance, cioè discute di un problema politico sistemico, in Italia si inquadra  la stessa questione nei termini di problema di antipolitica, cioè di antidemocraticità.

In realtà, che l’artifizio retorico di chiamare antipolitica ciò che è Politica sia condiviso sia da rappresentanti partitici che da stimati e stimabili intellettuali sembra non far altro che confermare la necessità di ripensare la costruzione del dibattito pubblico italiano.

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