Le puttane intellettuali

25 marzo 2012 § Lascia un commento

1. Partenza da ovvietà: in una democrazia rappresentativa, il ruolo politico degli intellettuali è particolarmente importante, perchè essi sono deputati alla gestione del dibattito pubblico e, quindi, a permettere sia ai delegati che a tutta la comunità politica di prendere decisioni basandosi su informazioni il più possibile complete, certe, ed imparziali. Il principio democratico, in accordo in questo caso con i principi liberali, richiede quindi la totale autonomia della classe intellettuale. Se questo non fosse, si avrebbe un flusso delle informazioni indirizzato dal potere, e quindi un dibattito pubblico funzionale al potere; cioè, che rafforza il potere.

2. In Italia, queste ovvietà democratico-liberali non sono mai state ovvietà, tanto che, in generale, non si è mai creata una classe intellettuale autonoma, e tuttavia conscia della propria funzione politico-sociale collettiva. Le ragioni sono varie, che propongo non in ordine d’importanza e alcuna senza pretesa di completezza: la presenza pre-statuale del potere della Chiesa, la figura ideale dell’intellettuale impegnato come organico agli interessi di parte (qui l’intellettuale è certo conscio del proprio ruolo sociale, e quindi si mette al servizio di interessi di parte, il che normalmente implica la subordinazione al potere politico), il servilismo aziendalista enfatizzato dal berlusconismo, la sostanziale inesistenza di editori puri nel mercato della comunicazione di massa, il finanziamento pubblico all’editoria, e i meccanismi di mercato che ha portato recentemente all’importazione del giornalismo di mercato. Questi fattori hanno contribuito alla creazione della figura egemonica dell’intellettuale italiano: quello della puttana intellettuale.

3. La puttana intellettuale è un soggetto istintivamente incline ad utilizzare la propria intelligenza in funzione delle necessità del potere. In altre parole, il suo ruolo sociale non deriva dalla superiore conoscenza, dalla rettitudine professionale, dalla sua capacità di utilizzare le tecniche del pensiero, ma dalla sua velocità nel confezionare argomentazioni, talvolta di una certa brillantezza, ma che comunque permettano la gestione del potere ai potenti. In aggiunta, la puttana intellettuale non è interessato a consigliare il potere, ma a rafforzare la volontà del potere, ed è quindi incapace di mantenere una posizione a prescindere dalle necessità politiche. Le puttane intellettuali ovviamente esistono in tutti i paesi del mondo, e in tutte le democrazie, ma in Italia sono particolarmente apprezzate; lo sono così tanto da essere riuscite ad egemonizzare il dibattito pubblico.

4. Il dibattito pubblico italiano presenta una seconda anomalia, alla prima legata: il dibattito pubblico italiano è egemonizzato da giornalisti, cioè da una categoria la cui funzione sociale è quella di fornire conoscenza di fatti, e non di organizzare i fatti in funzione della loro spiegazione o comprensione. Possiamo avere giornalisti-intellettuali, ma che i giornalisti di per sé lo siano è ridicolo. La dittatura dei fatti non porta alla conoscenza, ma alla costruzione di un dibattito pubblico che privilegia l’istantaneità, la superficialità, la fattualità, e l’omologazione. I dibattiti politici televisivi non sono così altro che rappresentazioni rituali formalmente democratiche ma effettivamente consumistiche, conservatrici ed elitarie.

5. Se a questo aggiungiamo l’irresponsabilità personale ed etica tipica di molta se non tutta la classe dirigente italiana, ecco che la surrealità raggiunge picchi eccelsi. Basta fare l’esempio dell’ex superministro dell’economia Giulio Tremonti che prima dell’assumere l’incarico ministeriale pubblicava avvertendo della crisi in arrivo e di come superarla, durante l’attività di governo pubblicava ricette su come superarla, dopo la fine dell’ultimo governo Berlusconi pubblicava ricette su come superare la crisi. Tutto questo, senza mai cercare di applicare le sue ricette quando era al governo ed aveva il potere per farlo, ma distinguendosi al contrario per una gestione contabile delle risorse dello stato, per la mancanza di una qualsiasi azione macroeconomica e di politica industriale, e per l’incapacità di combattere, davvero, l’evasione fiscale.

6. Se questo è ciò che è, come costruire un dibattito pubblico autonomo rispetto al potere? La regolamentazione dei soggetti che tradizionalmente partecipano alla creazione del dibattito pubblico non sembra tecnicamente complessa: basta inserire nell’ordinamento giuridico alcune disposizioni che A. aboliscano qualsiasi altri soggetti ad aziende editoriali entro una bassa percentuale; C. aboliscano l’ordine professionale dei giornalisti.

7. Ciò che è più complesso è la regolamentazione delle nuove forme editoriali parcellizzate, cioè quelle che fondamentalmente utilizzano internet. Paradossalmente, infatti, è noto che un eccesso di informazioni non porta necessariamente ad una maggior conoscenza ma al contrario al rafforzamento delle conoscenze pregresse, e quindi alla minor conoscenza.

Ma, anche suppondendo che quella sopra sia risolvibile, rimane comunque la questione centrale: come facciamo a cambiare classe intellettuale?

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