Un tentativo di discussione

17 ottobre 2011 § Lascia un commento

FASE PRIMA: LA REAZIONE

INDIGNATI? NO: IMBECILLI.

La  manifestazione romana di sabato 15 ottobre 2011 certifica una cosa, se ce ne fosse ancora bisogno: chiunque stia organizzando gli Indignati è un imbecille. Ma come si fa a non prevedere, e a permettere una cosa del genere? Politicamente è disastroso: chiunque voglia cercare di cambiare le cose è finito, non c’è più alcuno spazio politico. Tutte le indignazioni, recriminazioni, proposte, non servono a nulla, sono da buttare nel cesso.  Teste di cazzo.

Come sarà possibile, d’ora in avanti, essere ascoltati? Già non c’erano proposte concrete e decenti (basta vedere queste), ma ora partirà il teatrino, perchè tutti si affretteranno a sostenere, da sinistra, che in piazza erano in tanti-pacifici-colorati-e-i-violenti-erano-una-minoranza. Da destra, invece, arriverà un  grazie alla polizia che ha evitato dei morti, ma i black bloc/anarchici sono criminali e quindi la polizia dovrebbe metterli in galera (i migliori cercheranno di capire e di dare qualche risposta alle domande dei pacifici).

Trichet e soprattutto Draghi, fra tutti proprio loro, i banchieri centrali, paradossalmente rilasciano dichiarazioni con un qualche senso, che riconoscono (prima dei politici incapaci, che ormai fanno di tutto tranne che il proprio mestiere) la necessità di transformare la politica ed accogliere le ragioni dei ‘giovani’, quella categoria contenitore che in Italia include tutti noi sotto i cinquant’anni.

Invece, questi imbecilli d’Indignati preparano un manifesto (condiviso globalmente!) grondante cazzate, figlio di un pensiero vecchio, stantio, irresponsabile e stupido (si può leggere qui, dal Guardian). Può anche andar bene la democrazia globale, ma il problema è come costruirla.  Stare ancora a sentire Naomi Klein, Noam Chomsky, Micheal Hardt (che comunque sono meglio di quello che abbiamo in Italia: Sabina Guzzanti e Beppe Grillo), e tutti gli altri vuol dire condannarsi all’insuccesso. Dobbiamo invece darci da fare, trovare concetti, categorie, azioni che buttino a mare, innanzitutto, tutto questo pensiero morto, cominciando dalla dicotomia destra-sinistra. Perché non c’è più destra, non c’è  più sinistra.

FASE SECONDA: UNA PRIMA RAZIONALIZZAZIONE

Dopo il primo sfogo (scritto ieri), cerco di articolare meglio il mio pensiero. Per punti:

1. Politicamente, gli scontri della manifestazione romana di sabato 15 ottobre non possono essere interpretati come risultanti dall’infiltrazione di un gruppo minoritario di imbecilli in un corteo maggioritario colorato, allegro, e soprattutto pacifico. Al contrario, gli imbecilli sono chi ha organizzato il corteo perché non ha previsto quello che è poi successo, perchè era prevedibilissimo, già visto e soprattutto preparato.

2. La questione vera è l’assoluta mancanza di pensiero che caratterizza questo movimento: sono forse l’indignazione e l’occupazione un programma politico? Occupare Wall Street, tirare uova alle banche, possono essere espressioni di dissenso. Ma questo implica, come dovrebbe, un rifiuto netto del capitalismo? A me sembra che nessuno, o forse pochi all’interno del movimento, ci abbiano anche solo pensato. Oppure, lamentarsi delle multinazionali e delle grandi catene di distribuzione, richiedere che i contadini europei siano pagati in modo sufficiente perchè possano vivere decentemente, come si concilia (fra l’altro) con lo sviluppo dei paesi africani e meno sviluppati?

3. Del pensiero nuovo richiede delle modalità di organizzazione del dissenso nuove: la piazza non lo è. Al contrario, rappresenta una modalità venerabile e gloriosa ma che, nel mondo occidentale contemporaneo, è stata segnata dall’esperienza del ’68. In Italia, soprattutto ma non solo, è ancora sostanzialmente ‘gestita’ da un insieme di gruppi, associazioni, persone che si rifanno ideologicamente a quegli anni. Per questo motivo, politicamente, permette di ottenere sempre meno risultati. Ed, ovviamente, non è corretto equiparare le manifestazioni occidentali a quelle che hanno caratterizzato la ‘Primavera araba’: una cosa è dissentire in stati autoritari, un’altra il manifestare in democrazia.

4. Allo stesso modo, un pensiero politico nuovo richiede una leadership nuova. Non è possibile costruire una nuova proposta politica (e che abbia una qualche possibilità di successo) sul pensiero di Stephane Hessel, nato nel 1917. Non lo è neppure su quello dei grandi pensatori degli anni settanta-ottanta (e certamente non su quello di comici). E cerchiamo di essere chiari: un movimento politico RICHIEDE una leadership. Una delle poche regole politiche valide è che senza una guida che riesca a incarnare il pensiero, le aspirazioni, il futuro di chi partecipa a un movimento politico, questo non può che collassare. Il tentativo di presentare un movimento politico nuovo PERCHE’ senza leadership è un’idiozia da analfabeti della politica. Lo stesso il pensare che De Magistris o Pisapia possano effettivamente rappresentare le aspirazioni di chi cerca il cambiamento.

5. In aggiunta e parallelamente alla leadership (che talvolta è tale proprio perché in grado di incarnarla), ogni movimento politico con una qualche possibilità di successo prima, e di una qualche lunghezza di vita poi, necessita di simbologia. Questo movimento ha costruito simboli negativi (le banche, le caste, i burocrati, le multinazionali, e così via) ma nessuno di positivo, se non l’auto-glorificazione (semplicemente il potersi sentirsi migliori di altri). In altre parole, è un movimento che al momento non ha  futuro politico. Il risultato degli scontri di ieri, in effetti, è quello di aver permesso alla violenza di affiancarsi all’indignazione nella costruzione comunicativo-simbolica del movimento. E’ così semplice deragliare un movimento potenzialmente generazionale?

Bisogna trovare il modo di lasciare i veri imbecilli, che non sono i black block/anarchici, a casa. Perché al momento sembra che i politici in Parlamento siano politicamente migliori degli imbecilli che vogliono opporsi loro.

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